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Nella settimana compresa tra il 24 ed il 28 settembre Pavia è stata scenario di un evento di rara profondità filosofica. Per il secondo anno consecutivo, l’università di Pavia con il dipartimento di arti visive Self Media Lab è stata promotrice di una Summer School dedicata al mondo delle Arti visive; dalla pittura al cinema, dalla performance artistica all’installazione multimediale, passando per danza e teatro. Titolo della School: “La Cura della Memoria”.
A completamento del percorso culturale offerto, Self Media Lab, osservatorio permanente di ricerca in materia di Scritture, Performance e Tecnologie del sé del Dipartimento di Studi Umanistici dell’Università di Pavia, ha dato vita al primo festival cinematografico della città dei papi: EX|ART Film Festival. Tenutosi presso il cineteatro Volta del rione Scala a Pavia, EAFF è stata una preziosa occasione di interazione tra studenti, appassionati, cultori, ed artisti emergenti, sperimentatori, innovatori. Con “Spazio festival” è stato ritagliato uno spazio, per ogni serata della settimana, in cui il pubblico ha potuto entrare in contatto con opere d’arte che stanno delineando il periodo artistico odierno, in particolare attraverso le opere più recenti di cinema documentario e sperimentale. Il confine tra passione e azione si è assottigliato fino a diventare cento per cento scambio culturale, interazione, condivisione di memorie.
Ciascuna forma d’arte, in ogni sua declinazione, è stata oggetto di preziose riflessioni culturali e filosofiche, in qualità di esperienze estetiche. Obiettivo dell’intero percorso: analizzare la capacità di ogni forma d’arte e performance visiva ad essere strumento di conservazione e veicolo della Memoria.
 
«Le forme e i modi delle proposte culturali contemporanee privilegiano sempre più la dimensione partecipativa nelle esperienze artistiche, lavorando sulla ricchezza dei processi messi in atto dalle opere piuttosto che sulla loro semplice restituzione. Il mondo del cinema, del teatro e della performance, della danza, della musica, così come quello delle mostre, stabilisce con i propri spettatori legami diretti, non basati sulla distinzione di ruoli, bensì su possibili forme di interazione e di reciprocità. Il valore dell’evento artistico e della relazione estetica, ogni volta nuova e unica, diventa patrimonio di chi vive l’esperienza e cerca pratiche per custodirla.»[1]

Protagonista, e allo stesso tempo punto di partenza fondamentale, de La Cura della Memoria è il concetto di Archivio. Dice a tal proposito Fabrizio Fiaschini:
 
«L’archivio non è solo metafora ma veicolo, mezzo concreto della sopravvivenza dell’azione performativa, che non si esaurisce mai e si configura sottoforma di luogo memoriale, sottoposto a continue riattivazioni e ripresentazioni. L’archivio costituisce un prima e un dopo che sottopone l’opera ad un processo di rimodellazione continua. Non è solo luogo che conserva la memoria, ma la rende attiva e disposta ad un suo concedersi a continue modulazioni. Essa è un dispositivo processuale, partecipativo. Talvolta l’opera stessa viene configurata e presentata come archivio. L’archivio è opera. Ha funzione civile e politica in quanto custode di una memoria disposta ad essere restituita all’uso.»[2]

Come è possibile a noi oggi rapportarci al concetto/strumento dell’archivio in funzione delle arti visive di cui fruiamo? Siamo costantemente e ininterrottamente coinvolti in un processo di aggiornamento e innovazione degli strumenti (media) di produzione e fruizione artistica. Questo comporta una manipolazione del patrimonio artistico che pretende una ben precisa cura, una serie di regole che ci vengono imposte nient’altro che dal supporto originario della memoria stessa. Mi spiego: Benjamin[3] sottolineava un aspetto fondamentale della memoria, o per meglio dire del supporto della memoria. Egli sosteneva che in ogni forma d’arte (e relativo supporto) si celasse la forma corrispondente e precedente: avere a disposizione uno strumento come il cinema implica che prima era disponibile uno strumento quale la fotografia; e se ieri avevamo la fotografia avant’ieri avevamo la litografia. Ogni tipologia di supporto memoriale incarna per natura il suo corrispondente antenato; e via discorrendo fino alla forma d’arte primordiale o, per usare le parole di Benjamin, “tutta d’un pezzo”: la scultura. Ora, per quanto quella digitale sia una vera e propria rivoluzione, è il caso di sottolineare che il cambiamento o evoluzione dei supporti memoriali è sempre stato costante nel tempo. La prassi tipicamente contemporanea dell’aggiornamento dei supporti al fine della conservazione della memoria e delle opere che la compongono è in realtà un processo iniziato con la nascita dell’arte stessa e mai conclusosi.
Questo processo, tuttavia, comporta una radicale ma talvolta impercettibile mutazione dell’opera d’arte: gli esempi a tal proposito sono innumerevoli. Con ogni nuova conquista tecnologica, l’uomo apre molteplici percorsi possibili di mediazione ed intermediazione verso l’arte. Ciò che rende il cinema uno dei protagonisti della grande rivoluzione tecnologica del ventesimo secolo è proprio la sua capacità di rendere non solo immagini, ma sequenze di immagini e quindi movimenti. Pensiamo ad una forma d’arte arcaica come la danza che incontra una rivoluzione tecnologica cosparsa di “campi di gioco” come il cinema: le evoluzioni, rivoluzioni e cambiamenti che la danza ha potuto accogliere in tutte le sue pratiche grazie al cinema sono state tante e tanto avanguardistiche da aver segnato una nuova era per la danza stessa. Per la danza, avere a disposizione un supporto memoriale come l’immagine in movimento ha significato un nuovo rapporto non solo tra opera e pubblico, ma addirittura (e a priori) tra artista e opera. L’esito di questo moto è una mutazione della stessa arte della danza. Si pensi ora ad un’opera frutto di arti pittoriche come la Cappella Sistina. Interroghiamoci: cosa può essere accaduto, in termini di mediazione, dal 1500 ad oggi? Di tutto. Dove per “di tutto” si intendano le innumerevoli evoluzioni che hanno caratterizzato pratiche quali il restauro delle opere pittoriche. L’insieme di queste pratiche e strumenti produce un effetto ben preciso: una “performance” di altissima qualità da parte delle volte della cappella grazie a colori vivaci e nitidi che ci consentono una fruizione eccelsa dell’opera michelangiolesca. Ma sia ben chiaro: ciò che noi vediamo nulla ha a che vedere con la Cappella Sistina dipinta da Michelangelo; non abbiamo la minima idea di cosa sia (fosse) la sua opera originale. Oggi a noi è possibile accedere ad un supporto memoriale (quello caratterizzato dall’opera di conservazione e restauro) che a sua volta poggia su strumenti moderni e contemporanei che Michelangelo non si sarebbe mai immaginato di impiegare. Se questo processo non fosse avvenuto forse oggi avremmo a disposizione frammenti dell’opera originale. Originale, ma nulla più che frammenti.
Ecco, la Cura della Memoria è un processo che implica una disposizione d’animo necessaria: la propensione al compromesso del sacrificio. La cura della memoria è sacrificio. Ora, non è facile trovare un’accezione positiva della parola sacrificio. Eppure, la sua etimologia ci è di aiuto: dal Latino sacer + facere = rendere sacro, togliere dalla condizione del profano per innalzare alla dimensione del sacro. Il processo della cura della memoria comporta un’evoluzione della memoria stessa così forte da ridefinirne il contenuto ontologico.

Disarchiviare per risignificare[4]

Le fasi della Cura sono due: in primo luogo il sacrificio della “disarchiviazione” come sospensione di una performance, atta alla ricostruzione di una performance più fruibile (e risignificata). Oggi possiamo permetterci il lusso di fruire di un’opera quale la Cappella Sistina di Michelangelo, che potrebbe essere definita l’Opera per antonomasia, e lo possiamo fare grazie ad una intensa cura dell’opera stessa. Ma al contempo, stiamo accettando quasi inconsciamente il compromesso della disarchiviazione, che si manifesta attraverso un sacrificio dei colori originali utilizzati da Michelangelo, in favore di un restauro fedele ma pur sempre post-moderno. Il patrimonio ora fruito, o ri-fruito, è arricchito con tutta la riflessione artistica, filosofica, politica che nel tempo si è aggiunta all’opera in sé. Oggi infatti non è prassi studiare la Cappella Sistina tout court; si suole piuttosto raccogliere una moltitudine di testi, saggi, scritti di critici, storici dell’arte e non, interviste, documentari. L’immagine della cappella Sistina sarà sempre costantemente presente e fissa anche nella fase del suo studio approfondito, uno studio che vada oltre la pura contemplazione. Ma rimarrà a corredo. Poiché la fruizione vera e propria del suo significato non ci è possibile attraverso la sola contemplazione, bensì solamente grazie al patrimonio culturale di cui sopra. E, si noti, si tratta di un patrimonio che tocca ben altre sfere oltre a quella puramente artistica. La fruizione totale della Cappella Sistina oggi rappresenta una Cura della Memoria che è anche multidisciplinare e interdisciplinare, oltre che multimediale. La somma di tutte le conoscenze e di tutti gli strumenti utilizzati in questo processo conoscitivo produce un significato nuovo, diverso che viene attribuito all’opera dal fruitore contemporaneo. Il suo contenuto ontologico oggi, alla luce della Cura, è diverso da quello che poteva essere colto all’epoca della sua creazione.
 
A tutti i Risk Manager
A tutti i responsabili della Qualità e della Compliance
A tutti gli RSPP, attuari, auditors, responsabili di sviluppo
Ma anche a tutti gli ingegneri informatici, programmatori, studiosi di materie umanistiche e scientifiche, professori, docenti, cinefili, cineasti e a chiunque sia in contatto con la conoscenza sottoforma di strumenti memoriali
 
A voi direttamente è rivolto questo testo.
 
La Cura della Memoria è oggi in vigore più che mai non solo nel processo continuo di riqualificazione artistica, bensì in ogni angolo dello scibile in cui si annida il bene più prezioso dell’epoca contemporanea: il dato. Il Knowledge Management è stato un problema fino a tempi molto recenti. Con la rivoluzione digitale il problema della conoscenza si risolve attraverso i nuovi supporti offerti proprio dalla Cura della Memoria. La conoscenza è oggi traducibile con la parola “dato”, e il dato è il simbolo di questa rivoluzione. Ciò implica la possibilità di una riproducibilità che per la prima volta è seriale, di massa e amatoriale. La configurazione di un ambiente predisposto alla Cura della Memoria, e in secondo luogo, l’utilizzo di questo ambiente per la riproduzione del dato è oggi vostro dovere morale.
Mi servo della sopra descritta esperienza culturale per convincervi che i processi quotidiani di gestione aziendale, e più nello specifico, di gestione del Rischio e della conformità normativa, sono processi che necessitano di un’approfondita cura della memoria. Che consentirà in prima istanza di creare un ambiente aziendale che sia allineato con i supporti tipici della rivoluzione digitale. In secondo luogo, una volta creato il sostrato mediatico necessario, sarà possibile sfruttare lo stesso ai fini di una riproducibilità seriale e universale. Perché ciò sia possibile è necessario da parte vostra un sacrificio: un processo di disarchiviazione dei dati, contenuti su supporti non idonei alla loro riproducibilità, ed un loro reinserimento in sistemi di elaborazione che offrono la possibilità di un utilizzo del dato stesso compatibile con le sue potenzialità. Un dato scritto su un foglio di carta ha un’efficacia divulgativa proporzionale alle caratteristiche del suo supporto memoriale, ovvero il foglio: distruttibile, debole, a malapena fotocopiabile. Si pensi ora alle potenzialità dello stesso dato se invece che essere trascritto su foglio di carta fosse inserito ed elaborato in un foglio Excel. Si pensi in fine alle potenzialità dello stesso dato se inserito in una piattaforma informatica gestionale, connessa ed accessibile in qualsiasi momento e da qualsiasi luogo, condivisa, intuitiva, personalizzabile. Solo con quest’ultima fase il dato inizia ad essere trattato al fine di sfruttarne al meglio le potenzialità. L’output generato da una piattaforma informatica quale frutto dell’elaborazione del dato originario è infatti molto più complesso, arricchito e variegato rispetto ad un’informazione esclusivamente visiva e verbale generata da una serie di parole. Il suo significato sarà quindi nuovo. E, cosa più importante, molto più prezioso. Nel mondo aziendale la rivoluzione digitale è in corso da anni, ci troviamo già in una fase denominata “Industry 4.0”, eppure la mole di dati che ancora oggi necessita di una disarchiviazione atta ad una risignificazione è considerevole.
L’esempio di Cura sopra riportato poggia sul caso specifico dello sviluppo industriale/aziendale, ma è solo un esempio fra altri infiniti. La possibilità di entrare in contatto con strumenti e supporti memoriali ben diversi fra loro, e poterli mettere in comunicazione è sinonimo di condivisione della conoscenza. E, cosa più importante, è alla portata di tutti. Intento primo e ultimo di questo scritto è invocare il coraggio intellettuale del compromesso ai fini della Cura della Memoria, o per meglio dire, ai fini di una accelerazione nel processo di condivisione della conoscenza.
 
Giovanni Rudello
 

[1] L’esperienza artistica contemporanea – Introduzione alla seconda edizione della Summer School “La Cura della Memoria”
[2] Intervento di Fabrizio Fiaschini, professore associato in Discipline dello Spettacolo presso l’Università degli studi di Pavia
[3] W. Benjamin, Aura e Choc, a cura di Andrea Pinotti e Antonio Somaini, Trento, Einaudi, 2013
[4] Da un intervento di Federica Villa, professore associato confermato di Storia e critica del cinema, Stilistica e retorica del cinema, Storia e Filologia del cinema presso l’Università degli Studi di Pavia