Il rischio aziendale come Cigno Nero o Vaso di Pandora?

Con Teoria del Cigno Nero intendiamo una teoria sviluppata da Nassim Taleb con la pubblicazione dell’omonimo testo nel 2007. Quest’ultimo è un filosofo e matematico libanese il quale si pose l’obbiettivo di descrivere l’incertezza della conoscenza umana, in quanto soggetta ad un’osservazione che risulterà sempre fallace. Egli si focalizza in particolar modo sull’imprevedibilità delle “situazioni limite”, quegli avvenimenti che accadono raramente, ed il cui accadimento è ai limiti della casualità. Proprio perché non prevedibili per mezzo dell’induzione logica. Il fulcro della sua ricerca sta dunque nella consapevolezza socratica di “sapere di non sapere”. La conoscenza risulta così un’illusione.

Come si è diffusa la teoria o analogia del “Cigno Nero”?

Dalla pubblicazione del saggio “Il Cigno Nero” si è dunque diffusa in tutto il mondo la cultura del “cigno nero” o “black swan”, in particolar modo in ambito aziendale questa espressione si è diffusa per identificare il massimo evento di rischio dal quale un’azienda possa essere colpita. Sia essa una strategia mal studiata che causa ingenti perdite, o una grave multa inflitta da parte delle autorità per inadempienza, o ancora una dispersione di dati sensibili, si tratta sempre di eventi estremamente gravi e dannosi per qualsiasi gruppo aziendale. Essi sono perfetti esempi di Black Swan, eventi estremi (sia per la bassissima frequenza di accadimento, sia per la tragicità degli stessi). Il Cigno Nero è dunque un evento scongiurato; chiunque spera e agisce nella direzione di un suo non accadimento. Ma questa è per l’appunto, e in gran parte, una speranza. Poiché la sua prevedibilità sfugge, nella gran parte dei casi, al raziocinio umano.

Da dove deriva l’espressione “Cigno Nero”?

È interessante ora fare un passo indietro, verso l’origine dell’espressione “Cigno Nero”. Si tratta di un caso di ricerca scientifica, basato come ogni teoria scientifica sul metodo sperimentale, che vedeva al centro della stessa l’animale del cigno. Più in particolare si trattava di dimostrare la teoria secondo la quale ogni cigno sulla Terra fosse bianco, teoria dimostrabile naturalmente solo grazie all’empirismo tipico del metodo sperimentale: la continua ripetizione di esperimenti o, come in questo caso, la continua osservazione di fenomeni. Il cigno nero è una varietà di cigno che si può trovare solo in alcune zone del continente Australiano, e proprio in seguito alla sua rarità e lontananza dal cosiddetto “Vecchio continente”, culla di tutta la conoscenza occidentale fino alla fine del diciannovesimo secolo, la sua scoperta fu tardiva, rivoluzionaria, sconvolgente. Solo l’esplorazione del Globo, nei suoi angoli più nascosti aveva potuto cancellare una forma di conoscenza così radicata, in favore di una nuova consapevolezza scientifica: l’eclatante scoperta dell’esistenza del cigno nero.

Cosa ci ricorda l’evento “Cigno Nero”?

Nel paragrafo precedente, a proposito della scoperta scientifica del cigno nero, uso il termine “rivoluzionario”, parola usata per descrivere un cambiamento radicale: nella fattispecie si tratta di un nuovo modo di conoscere, una diversa (e maggiore) cognizione di causa verso la realtà, un cambiamento. Tutte queste parole-chiave ricordano due parole greche tanto importanti e belle quanto spesso confuse. La prima è Κρίσις (Pr. Krisis), che significa tra le altre cose: scelta, passaggio, cambiamento. Etimologicamente la parola “crisi” contiene una duplice accezione: non solo negativa, la sua accezione prevalente nel linguaggio occidentale, ma anche positiva, poiché include nel suo significato anche tutti quei cambiamenti positivi che una crisi può comportare. La crisi dunque non è soltanto una concentrazione di eventi deleteri, è piuttosto un’occasione. Occasione di cambiamento, nella direzione del male così come del bene; è passaggio ad un nuovo approccio verso i mercati; è scelta di una metodologia e non di un’altra. La seconda parola meritevole di analisi è Καταστροφή (Pr. Katastrofè), che significa: ribaltamento, rovesciamento, grande cambiamento. Anche questa parola, come molte altre greche e latine, è definibile una vox media: una parola dal risvolto (potenzialmente sia positivo sia negativo) incerto, ambiguo. Nonostante ciò, anche “catastrofe” conserva oggi un’accezione più negativa che positiva, nell’orizzonte del linguaggio colloquiale. Quando parliamo di catastrofe non ci limitiamo a pensare al cambiamento (per quanto radicale possa essere), siamo invece propensi a pensare alla distruzione all’aspetto tragico del cambiamento. Ma essa è sempre niente di più spaventoso di un ribaltamento: l’origine di questa parola è legata alla Tragedia greca, ed indica la conclusione della stessa, ovvero l’atto risolutivo a cui segue la Catarsi (la purificazione). Anche “catastrofe” racchiude quindi quell’occasione di cambiamento nella direzione del bene, di cui sopra a proposito della “crisi”. E con esse, l’idea di “cigno nero” risulta una perfetta metafora, in ambito conoscitivo, atta ad indicare più un’opportunità che non un evento dannoso e irreversibile.

Quale metafora esprime il concetto di irreversibilità?

Nessuna metafora. Dobbiamo risalire alla mitologia greca: la maggior parte dei miti dell’antica Grecia sono eziologici, vale a dire si servono della narrazione per spiegare l’origine di qualcosa. Noi identifichiamo nel rischio aziendale l’insieme dei mali. Non ci rimane altro che analizzare il mito che spiega l’origine di tutti i mali: Il Vaso di Pandora, da Le Opere e i Giorni di Esiodo.

Il mito narra dell’ira di Zeus, che ancora infuriato per il furto del fuoco da parte del titano Prometeo per donarlo agli uomini, decise di punire non solo quest’ultimo ma anche l’umanità intera. Creò così per mano di Efesto una giovane fanciulla, Pandora, ricca di tutti i doni e le virtù degli dèi, e la offrì in sposa ad Epimeteo, fratello di Prometeo. Questi sposò la giovane nonostante i consigli del fratello di non accettare doni da Zeus, quali unicamente fonti di sciagura per gli uomini. Pandora portava con sé un vaso, donatole da Zeus il quale si raccomandò alla fanciulla di tenere il suddetto vaso sempre chiuso. Ma Pandora, spinta dalla virtù della curiosità ricevuta in dono da Ermes, disobbedì ed aprì il vaso. Da questo uscirono gli spiriti maligni della Vecchiaia, della Gelosia, della Pazzia, della Malattia e del Vizio, conosciuti come i mali del Mondo, che si abbatterono sull’umanità. Il vaso fu richiuso prima che la Speranza, unico spirito benigno, potesse uscire. Attanagliato dai mali, il Mondo, che fino ad allora era privo di mali e gli uomini erano semi-dèi immortali e privi di preoccupazioni e fatiche, si trasformò in un deserto arido e desolato. Quando Pandora aprì nuovamente il vaso, Elpìs, la Speranza, poté finalmente uscire e propagarsi tra gli uomini, i quali continuarono a vivere tormentati dai mali ma allietati dalla Speranza.

« Così disse ed essi obbedirono a Zeus signore, figlio di Crono. E subito l’inclito Ambidestro, per volere di Zeus, plasmò dalla terra una figura simile a una vergine casta; Atena occhio di mare, le diede un cinto e l’adornò; e le Grazie divine e Persuasione veneranda intorno al suo corpo condussero aurei monili; le Ore dalla splendida chioma, l’incoronarono con fiori di primavera; e Pallade Atena adattò alle membra ornamenti di ogni genere. Infine il messaggero Argifonte le pose nel cuore menzogne, scaltre lusinghe e indole astuta, per volere di Zeus cupitonante; e voce le infuse l’araldo divino, e chiamò questa donna Pandora, perché tutti gli abitanti dell’Olimpo l’avevano portata in dono, sciagura agli uomini laboriosi. Poi, quando compì l’arduo inganno, senza rimedio, il Padre mandò a Epimeteo l’inclito Argifonte portatore del dono, veloce araldo degli dèi; né Epimeteo pensò alle parole che Prometeo gli aveva rivolto: mai accettare un dono da Zeus Olimpio, ma rimandarlo indietro, perché non divenga un male per i mortali. Lo accolse e possedeva il male, prima di riconoscerlo. Prima infatti le stirpi degli uomini abitavano la terra del tutto al riparo dal dolore, lontano dalla dura fatica, lontano dalle crudeli malattie che recano all’uomo la morte (rapidamente nel dolore gli uomini avvizziscono). Ma la donna di sua mano sollevò il grande coperchio dell’orcio e tutto disperse, procurando agli uomini sciagure luttuose. Sola lì rimase Speranza nella casa infrangibile, dentro, al di sotto del bordo dell’orcio, né se ne volò fuori; ché Pandora prima ricoprì la giara, per volere dell’egioco Zeus, adunatore dei nembi. E altri mali, infiniti, vanno errando fra gli uomini »

(Esiodo, Le opere e i giorni)

PANDORAPandora – John William Waterhouse (1896)

Come identifichiamo oggi il Rischio Aziendale?

Come accennato nel primo paragrafo, l’accezione profondamente negativa della metafora del “cigno nero” ha portato il mondo enterprise ad identificare il rischio aziendale come un “cigno nero”. Tuttavia oggi per “rischio aziendale” si intende un insieme estremamente vasto di rischi ed eventi critici che possono colpire l’operatività di un’azienda e di conseguenza la relativa business continuity. Ciò che mi preme chiarire è la non(più) reversibilità di tali eventi. Tra un anno esatto, il 25 Maggio 2018, entrerà in vigore il nuovo regolamento europeo sulla privacy (Ue 2016/679), che imporrà alle aziende di dotarsi di sistemi di cyber security, attraverso la figura del DPO (Data Protection Officer). Con questa nuova norma, il risk owner sarà tenuto a comunicare al garante per la protezione dei dati sensibili, l’eventuale furto o dispersione di informazioni aziendali. Dal 2018 però, l’amministratore, oltre ad essere obbligato a denunciare tale evento, andrà in contro anche ad una gravosa sanzione, che in dati casi può interrompere la business continuity.  Questo è solamente l’ultimo esempio di cogenza normativa atta a limitare, o annullare del tutto, l’accadimento di eventi di rischio. Già il modello organizzativo ex D.lgs. 231 in materia di responsabilità amministrativa prevede sanzioni pecuniarie (fino a 1,5 mln €) e sanzioni interdittive, quali la sospensione dell’attività dell’azienda; il decreto 262 in materia di intermediazione finanziaria prevede pene quali l’arresto fino a otto mesi; il decreto 81 in materia di sicurezza sul lavoro prevede l’arresto fino a otto mesi. Questi sono casi di rischio potenzialmente irreversibili. È noto che la sopravvivenza di un’azienda dipende al 99% dalla disponibilità di cash flow; quest’ultima è dipendente dalla business continuity. Segue che l’interruzione dell’operatività aziendale, anche per un giorno soltanto, può risultare fatale, irreversibile per l’appunto. In questo contesto la gestione del rischio diventa fondamentale, non in quanto fine a se stessa, ma in quanto strumento di garanzia affinché l’evento di rischio non si verifichi mai. Qualora l’evento di rischio si dovesse verificare, si andrebbe in contro all’apertura di un Vaso di Pandora, non alla scoperta di un Cigno Nero.

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